Discussione: Audio di Jack Folla
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Vecchio 03-12-2003, 07.27.48   #12
afterhours
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Jack mi manchi un casino,era cosi' bello sentir la tua voce alla radio...

Non so se i padri italiani di oggi diano ancora qualche principio morale ai loro figli, ma suppongo di sì, e che sia più difficile di ieri. I "si dice e non si dice", i "si fa e non si fa", si tramandano di generazione in generazione, qualcuno resta in vigore, molti si depennano, altri ancora, che ieri erano veri e propri dogmi, oggi farebbero addirittura sghignazzare.
L'inchino e il baciamano alle signore, per esempio, qualcuno se lo ricorda? Eppure negli Anni Sessanta era in pieno vigore. Ero un bambino di cinque, sei anni, ma dell'inchino già sapevo tutto: l'inclinazione esatta della schiena; l'attesa, in quella posa, della concessione della mano da parte della signora ("Non devi afferrargliela tu per fare prima!" mi sgridava mio padre); il tocco leggero che avrebbero dovuto avere le mie dita; l'aereo e impercettibile sfiorare delle labbra sul dorso della sua mano ("Mai schioccare le labbra, né quando baci la mano, né quando mangi la minestra"!) infine il ritorno scattante in posizione eretta, contemporaneamente al farmi da parte. Ero talmente nevrotizzato dal baciamano che una sera, all'ingresso di una coppia invitata a cena dai miei, baciai la mano di entrambi. Un vocione mi sgridò: "Non sono mica una signora, carino", mettendomi in mano il suo cappello. I miei genitori mi derisero, e io fuggii da quello sghignazzo generale, rosso come un garibaldino.
Si può diventare delinquenti anche per un eccesso di galateo, e non sarò certo io a rimpiangere le regole che infransi.
La rivolta contro la famiglia, per quelli della mia generazione, fu soprattutto un attacco all'ipocrisia. La cravatta, il baciamano, il rigoroso rispetto degli orari, il diritto alla parola solo se interrogati, il sesso negato al di fuori del matrimonio, ci sembravano gesti imbalsamati, stili di vita da sepolcri imbiancati, comportamenti che, salvando l'apparenza in nome di un bigotto "rispetto umano", occultavano i panni sporchi dei contenuti. Diventare "capelloni", cantare We don't need no education/We don't need no thought control, per abbattere il muro con i Pink Floyd, mettere fiori nei cannoni o imparare a memoria l'Urlo di Allen Ginsberg come fosse le Bhagavadgita, fu anche il nostro controgalateo.
I padri degli Anni Sessanta, ovviamente, non erano tutti dei Padre-padrone alla Gavino Ledda, così come noi non fingevamo di suicidarci per attirare l'attenzione dei genitori, appendendoci a un lampadario o sgozzandoci nella vasca da bagno, come il protagonista di quel delizioso film di Collins Higgins Harold e Maude. Per esempio, non sentii alcun bisogno di contestare mio padre quando mi additò come modelli umani, i poeti, i vagabondi e, in genere, gli uomini fantastici. Quando mi esortava a guadagnarmi da vivere poco più che ragazzino, per raggiungere l'indipendenza economica, e potermi così permettere "una cameretta" tutta mia, "senza dover rendere conto neanche a tuo padre". Ricordo di aver imparato da lui ad amare e rispettare la Costituzione, non dalla scuola. La difesa e il rispetto dei deboli, degli oppressi, di chi non ha voce. Molti di questi insegnamenti, di queste regole non scritte, che avrebbero permeato quasi inconsciamente i miei comportamenti da adulto, nascevano da aneddoti di vita quotidiana. Un mio cuginetto m'insegnò a cucire borsellini di cuoio. Mostrai a mio padre i primi soldi guadagnati, raggiante. Qualche settimana dopo, scoprii che mio cugino guadagnava, sui borsellini cuciti da me, il cinquanta per cento. Tremavo dalla rabbia. Mio padre mi disse: "Eri felice o no quando pattuiste il tuo compenso?" Dovetti ammettere di sì. "Allora di che ti lamenti? Impara a fare i tuoi affari e sii felice degli affari degli altri." Immagino sia per questo che nella lunga lista dei miei vizi, l'invidia è agli ultimi posti della graduatoria
Gli insegnamenti dei padri non muoiono con loro se ne riconosciamo la giustezza, e se ci sono stati trasmessi con l'esempio e attraverso una forte emozione. Si possono persino tramandare dei luminosi sensi di colpa. Nel 1943, alla stazione di Firenze, durante una sosta del suo treno, a notte alta, mio padre fu incuriosito dai lamenti provenienti da un altro convoglio. Scese sul marciapiede e scoprì, nel binario adiacente, un treno di deportati, zingari ed ebrei. Per tutta la vita rimase ossessionato dal visetto di una bimba che implorava acqua. C'era la fontanella a due passi, ma lui era rimasto talmente travolto dall'emozione e dalla paura di venire scoperto dalle milizie che non trovò il coraggio nemmeno di portarle un bicchier d'acqua. Non si perdonò mai. Quella sua confessione, quand'ero poco più che un bambino, m'indusse a leggere decine di libri sull'olocausto.
Il valore di un bicchiere d'acqua non dato, ha ancora un senso nell'Italia di oggi? Quali sono i modelli di riferimento? Se è vero che la corruzione ha ripreso a dilagare, (come tutti segretamente confermano e pubblicamente tralasciano di sottolineare), e la regola, ormai, è farsi pagare un quarto in chiaro e tre quarti "al nero", come può un padre trasmettere ragionevolmente a suo figlio un valore come quello dell'onestà? Non temerà di farne un "disadattato" e un perdente? Il rischio è che taccia, e che si taccia ogni valore, con la scusa della "caduta dei valori", e quella di non fare la figuraccia di passare per "moralista", che (probabilmente sono di coccio) non ho mai capito bene quando e perché sia diventata una parolaccia, mentre la corruzione, l'arroganza del potere, l'omertà e il lobbysmo di stampo mafioso sono assunti a modelli di furbizia all'italiana, liquidabili con un'alzata di spalle e una strizzatina d'occhio.
Sono riflessioni naïf, ma non mi scandalizzo. Le verità sono sempre naïf, sgradevoli da dire e da sentirsi dire. Da ragazzino mi sono venuti gli occhi bianchi a forza di rovesciarli al cielo per i "pipponi morali" di mio padre. Poi i padri muoiono e qualcosa dentro ti resta, ci devi fare i conti, riabbassare le pupille e guardarla negli occhi. Mio padre, per esempio, aveva il pallino del "senso dello Stato", una fissa. "I politici devono essere al servizio del paese, non l'inverso". S'infuriava se un corteo di autoblù mortificava il traffico e si domandava se quell'onorevole culo di pietra avesse davvero avuto la stessa urgenza di un'autoambulanza, perché solo una questione di "vita o di morte" avrebbe potuto giustificare quella rombante arroganza.
So di essere stato fortunato per aver visto "Z, l'orgia del potere" di Costa Gavras insieme a mio padre, e se ci piacque a entrambi, posso serenamente riconoscergli di aver fatto, con me, un buon lavoro. Tutta quest'accozzaglia di pensieri e di ricordi mi è transitata per la mente sabato sera, durante un siparietto di Panariello, quando il maestro Apicella ci ha cantato il suo CD scritto dal paroliere Silvio Berlusconi. Un po' perché un presidente del consiglio è il padre di tutti gli italiani, un po' perché poche ore dopo sarebbe stato il 2 Novembre, il giorno dei morti, e sarei dovuto andare al camposanto a trovare mio padre, cosa che puntualmente non ho fatto. Era bravo, bravissimo Panariello, a stuzzicare il miracolato Apicella, il pastorello di Fatima della musica leggera italiana. Era bravissimo e furbissimo, come siamo diventati tutti noi italiani, a farci pagare in nero facendo finta di essere onesti, e a fare uno spottone al premier facendo finta di prenderlo per il culo.
Applausi, risate, sgomitate. Ma il malessere mi toglieva il respiro. Così mi sono chiesto che avessi, e mi sono venute in mente soltanto due parole: mio padre e Berlusconi. Tutto qui.


Jack Folla
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